Archivio per Settembre 2007

16. 26 9 07 Salvare le cause per curare gli effetti

Settembre 26, 2007

La politica ufficiale è su frequenze diverse dal pensiero della “gente”, spesso in forza dell’ideologia.

Per esempio, quest’ultima è in grande maggioranza per il ripristino delle case di tolleranza, anche per togliere lo spettacolo delle indecenze offerto nelle nostre strade. Ma no! Non solo a Roma non ci sentono da quell’orecchio, ma il Ministro Amato propone di perseguire, come già fatto da molti sindaci, i clienti, inviando le multe, emesse per “intralcio al traffico” a casa dei clienti. Con speciali artifici di stampa che attirino l’attenzione delle mogli, onde turbare la pace familiare. Le prostitute, date per sfruttate, sono invece lasciate libere di passeggiare.

Ancora, a Padova si perseguono i proprietari di appartamenti abitati da clandestini, con la scusa dell’igienicità e di affitti (dicono) da strozzinaggio; però la politica che conta non vuole l’espulsione dei clandestini, vorrebbe la cancellazione della Bossi-Fini in nome della “solidarietà”. Cioè i clandestini devono restare, ma non si capisce dove dovrebbero andare a dormire, vista la necessità di denunciare ai CC i nomi degli affittuari.

La politica, incurante delle cause, combatte gli effetti.

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13. 24 9 07 Assurdità intellettualistiche

Settembre 26, 2007

Aumenta la preoccupazione per la sicurezza e la causa è chiarissima: aumenta la delinquenza di romeni ed extracomunitari. Un Garzonio se ne lamenta sul Corriere e propone 4 rimedi:

-          un recupero di intesa Comune-Governo

-          un recupero di socialità e di solidarietà

-          un’educazione a stili di vita ispirati alla legalità

-          chiudere bene la porta di casa.

Il buonismo non ha come si vede limiti.

Di mettere i ladri in galera non si può parlare perché le galere scoppiano e recentemente c’è chi ha ringraziato il condono che ha permesso di tirare avanti con la capienza delle galere.

Il primo rimedio sarebbe di costruirle di nuove: se arrivano ladri stranieri in grande quantità sembrerebbe giustificato, ma non si può dire perché se no qualcuno si incazza.

Mi ricorda una trentina di anni fa quando servivano parcheggi in città, ma allora la moda ecologica era di scoraggiare l’uso dell’auto: che si usassero i mezzi pubblici. Poi è andata a finire che i parcheggi si sono dovuti costruire, con difficoltà e costi crescenti; oggi siamo, con la scusa dell’inquinamento, al ticket.

L’intellettuale sinistrorso e il suo codazzo di politicamente corretto sembra immortale, come le sue fesserie.

24 9 07

15. 24 9 07 Paura del grillismo?

Settembre 24, 2007

Sento dire che il “grillismo” può diventare pericoloso come una specie di fascismo, il che mi sembra un’assurdità.

Il “grillismo” è un sintomo, non il male. E’ la conseguenza di parecchi mali propri della nostra politica:

-          la tendenza ad una faziosità totale

-          il distacco tra la realtà vissuta a Roma dai politici e quella percepita dalla “gente”

-          il personalismo degli eletti accoppiato ad un difetto di buon senso politico della “gente”

-          il ricorso continuo alla demagogia con il continuo solleticare bisogni spesso assurdi e che poi non si è in grado di soddisfare

Tutto questo è abbastanza comune, in dosi ridotte rispetto alle nostre, in molte democrazie. Da noi però:

-          si tarda sempre a correre ai ripari; in quasi tutta l’Europa si è capito che occorre un accordo previo tra le parti politiche prima di intervenire (Germania, ma anche Francia, dove Sarkozy sta facendo una politica “francese”, in forza del suo successo elettorale) oppure UK (ormai non esiste più una politica di “destra” ed una di “sinistra), noi siamo ancora al litigio a tutti i costi

-          la sinistra tarda a riconoscere l’impossibilità evidente di governare mettendo assieme da Mastella al PRC e non vuole riconoscere il senso di impotenza politica che emana da questo governo.

Il fascismo è stato un’altra cosa:

-          è nato in un dopoguerra come reazione al comunismo; l’ottobre 1917 sovietico aveva sparsa una paura immensa

-          era sostenuto da ambienti industriali e borghesi che volevano l’ordine a tutti i costi

-          aveva un leader molto più capace del povero Grillo.

Non facciamoci quindi impressionare da Grillo e mettiamo ordine in casa, se ci riusciamo.

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14. 22 9 07 Buonsenso

Settembre 22, 2007

Sto rileggendo con molto piacere un libro di un canadese che avevo comprato a Montreal nel 99.

Tema: la felicità. Mi dà molti ulteriori spunti sul tema che mi diletto da anni ad inseguire.

Individua tre tipi di ideologie:

-          un insieme di opinioni politiche (definizione descrittiva)

-          idem, ma viste da un avversario di una opinione politica (definizione peggiorativa)

-          l’insieme delle idee e pregiudizi sociali di un certo periodo (definizione critica).

L’autore ritiene che la terza forma saturi il discorso quotidiano medio con il cosiddetto “buonsenso”, che risulterebbe l’insieme dei giudizi, spesso pregiudizi, che l’atmosfera sociale ci trasmette, convincendoci della loro validità, senza che ci venga in mente di sottoporli alla nostra critica. Io chiamo “cultura corrente” questa forma di ideologia e sono d’accordo con la definizione; però non accetto la sinonimia con il “buonsenso”, che secondo me è una forma di saggezza popolare a priori che svaluta bonariamente proprio i pregiudizi della “cultura corrente”.

12. 19 9 07 Super partes

Settembre 19, 2007

Napolitano mi piace sempre meno, forse un uomo politico per tutta la vita non può essere veramente super partes. Soprattutto se la parte politica era assai “coinvolta” e di politica viveva.

Qualche giorno fa ha fatto giustamente notare alla CdL che non può intervenire in grane tipo la sostituzione di un consigliere RAI.

Ieri ha fatto un chiaro riferimento alla poca serietà politica di Grillo.

Il quale mi sta cordialmente antipatico, lui e la sua iniziativa. Però buonsenso mi dice che passioni popolari di questo tipo sono inevitabili in situazioni come quella attuale. E i cittadini che si entusiasmano per Grillo hanno tutto il diritto di farlo, senza che chi dovrebbe essere super partes debba lasciarsi andare a prediche.

11. 15 9 07 Lo studio della felicità come rimedio all’infelicità

Settembre 16, 2007

Non c’è dubbio che il triennio tra la fine di giugno 1993, quando uscii dalla galera, e la fine di luglio 1996, quando lasciai fisicamente la casa di via Volonterio, è stato il più infelice della mia vita.

Causa principale l’aggravarsi del mio primogenito. E nulla del resto delle altre mie attività che potesse sollevarmi; in Techint, il nuovo A.D. aveva chiesto la mia testa, e comunque era chiaro che si stava avvicinando il momento di lasciare; il mio adorato consulente psico-spirituale si era ritirato in pensione pregandomi di arrangiarmi.

 

Pochi giorni fa, mettendo ordine tra le mie carte, ho trovato in un cassetto una cartella voluminosa, contenente una mole di miei pensieri messi per iscritto, che avevo messo da parte “per la vecchiaia”, cioè per oggi, sul tema della felicità. Ero convinto di poterli datare al periodo 96-97 passato in via Grandi, vicino a mia sorella, in attesa di gettarmi nella mia seconda vita.

Mi sbagliavo, e me ne sono molto meravigliato. Erano tutti del periodo fine 93- primi 94. Ma come, mi sono detto, potevo aver voglia di parlare di felicità? Forse per un tentativo di reazione?

Me li sono scorsi ed ho constatato che non hanno affatto l’aria di uno sfogo, di un sogno e nemmeno di una reazione alla mia condizione di quel periodo.

Ero nel più infelice dei miei periodi di vita e mi dilettavo di felicità, parlandone in un modo assolutamente sereno ed obiettivo, con citazioni classiche, riferimenti al nostro mondo ed alla nostra cultura del tutto pacati, come se provenissero da un osservatore distaccato, interessato esclusivamente a ricercare un fondo di ragionevolezza e di verità, nel bel mezzo della confusione di idee del nostro tempo.

 

Mi si è così rivelato un aspetto tipico del mio modo d’essere, il distacco tra la mia vita intellettuale e la vita pratica come strumento più evidente della mia capacità di sopravvivere, qualcosa di simile alla atarassia tanto amata dagli stoici. Me ne sono compiaciuto; non parlo della mia qualità, ma della scoperta, naturalmente.

 

Adesso mi dedicherò a rileggere quegli scritti. Non so se vorrò correggerli, come aggiornamenti di pensiero e precisione di linguaggio richiederebbero. Potrei anche cavarmela con adatte postfazioni. Vedrò e il pensiero di rimettere mano a me stesso mi diverte parecchio.

 

Non sono peraltro sicuro che la mia attuale definizione di felicità corrisponda a quella di anni fa.

Ogni definizione astratta, appoggiandosi su altre definizioni astratte, è soggettiva e modificabile, e talora anche impossibile, come S. Agostino scoperse riguardo al “tempo”.

Nel caso della felicità, poi, è impossibile parlarne senza dover distinguere rispetto agli apparenti sinonimi, come “gioia” o “contentezza”. Per esempio, “felicità” sembra significare un sentimento di fondo, ma “felice” si dice assai comunemente anche per piaceri o soddisfazioni passeggere.

E poi il significato si è molto complicato da quando, sorti fortissimi dubbi sull’aldilà, la felicità è diventata la massima aspirazione ufficiale degli uomini. Vedi il riferimento alla “ricerca della felicità” posto nella Dichiarazione di Indipendenza americana.

 

16 9 07

 

10. 15 9 07 Scuse

Settembre 15, 2007

Passeggiare è la mia unica attività sportiva e in giro per Milano mi diletto ad osservare il trattamento che viene riservato ai pedoni dai veicoli che dovrebbero loro la precedenza sulle striscie bianche..

I ciclisti si considerano pedoni pure loro e le attraversano senza porsi problemi in entrambi i sensi.

I motociclisti hanno il loro proprio codice stradale e al solito si dilettano di slalomeggiare, il fermarsi mettendo il piede per terra non lo prevedono.

Gli automobilisti si dividono in tre categorie.

I più passano fregandosene.

Alcuni si fermano; sono pochi, in aumento lievissimo.

Altri passano ma alzano la mano per scusarsi; mi fanno riflettere che le scuse sono ammissibili e bene accette per gli atti involontari, ma assolutamente inutili e inaccettabili per gli atti volontari. D’altra parte, il pentirsi di una cattiva azione dopo averla fatta fa parte della prassi non solo nazionale. Saper convincere che si è pentiti procura vantaggi non trascurabili, tanto che si direbbe che l’importante ormai non è peccare, ma pentirsi.

Di fronte ad un certo tipo di scuse, mi sovviene un espressione saronnese di risposta a questo tipo di scuse: “Scusavi anca sensa…”, forse un po’ leghista ma appropriata nei casi in questione.

  

15 9 07

 

PS del 17 9: Sarebbe carino ma è impossibile recitare agl automobilistii pentiti i versi -al solito meravigliosi per concisione e chiarezza- di Dante, nell’episodio di Guido da Montefeltro:

ch’assolver non si può chi non si pente

nè pentere e volere assieme puossi

per la contraddizion che no’l consente

9. 14 9 07 Maledetti inglesi

Settembre 14, 2007

Questa è una coda all’affaire Materazzi ed ai fischi del Meazza alla Marsigliese.

Parlando di Materazzi avevo trascurato di ricordare che una recente indagine in Inghilterra di un giornale sportivo lo aveva collocato a furor di popolo tra i 5 giocatori di calcio più delinquenziali di tutti i tempi.

Oggi mi piacerebbe sapere come se la caverebbero gli intervistati  con il terzetto della Mc Laren condannato ieri a Parigi per furto di segreti aziendali alla Ferrari. I tre sono tutti inglesi: il boss Ron Dennis, l’ex capo-meccanico Nigel Stepney e il capo meccanico Mc Laren Mike Coughlan, una bella associazione a delinquere, cui si è dovuto strofinare il naso nello sterco delle loro malefatte per far loro ammettere di aver rubato. Ladri e bugiardi, in omaggio al loro fair-play.

Noi come nazione siamo ridotti male, però dobbiamo fare attenzione prima di magnificare il comportamento altrui per rispetto dei nostri complessi di inferiorità. Vale anche per me, uso a richiami del genere.

Ma ci sono altre cose che mi piacerebbe in proposito sapere:

-          cosa sarebbe successo, anche da noi, se fosse stata la Ferrari a rubare alla MC Laren

-          cosa faranno i tedeschi della Mercedes che accoppiano tuttora il loro marchio sportivo a quello ormai sputtanato

-          come può oggi sostenere Luca di M. che è giusto punire la frode sportiva, dopo la levata di scudi Fiat, di cui era ed è Presidente, quando un anno fa fu tolto uno scudetto alla Juve.

  

 

8. 10 9 07 Stronzi

Settembre 11, 2007

Riassumendo:

-          nella finale mondiale Zidane, strattonato da Materazzi, da quel gran signore che è, gli dice: “Se proprio vuoi la maglia, te la posso dare alla fine, negli spogliatoi”

-          Materazzi gli risponde.

-          Zidane si incazza e dopo una breve riflessione lo incorna, per la gioia di tutti i fotografi e vignettisti del mondo. Viene espulso, tanto era la sua ultima partita da professionista.

-          In casi del genere, il fallo di reazione viene qualificato come comportamento antisportivo e l’autore viene messo alla berlina: il peggiore cesempio per la gioventù.

-          Nel caso in questione però, essendo Zidane non solo un gran signore ma anche il capitano della Francia e, per di più, anche magrebino, quindi intoccabile, è subito chiaro che la colpa dell’accaduto non è sua ma di quel bifolco di Materazzi.

-          La stampa dei paesi (Germania ed UK in testa) che il campionato avrebbero voluto vincerlo ma non sono riusciti (in verità non giocando meglio dell’Italia che l’ha vinto) si unisce a quella francese per indicare in Materazzi, l’italiano, il peggior giocatore e delinquente in circolazione.

-          Inizia un’inchiesta FIFA su Materazzi che viene convocato d’urgenza a Berna per rendere conto ed essere punito.

-          Qualche incertezza dovuta al fatto che il delinquente a Berna non recita bene la sua parte: avrebbe potuto dire che la sua risposta a Zidane non era stata “Non voglio la tua maglia ma quella puttana di tua sorella”, bensì per esempio “No, grazie preferisco la camicetta di tua sorella” giocando sul fatto che Zidane, sì, conosce l’italiano meglio di Umberto Eco, però, nella concitazione del match, chissà cosa può aver capito. Invece prende l’occasione per scontare gli innumerevoli peccati che da delinquente abituale ha commesso e riconosce di aver pronunciato la gravissima offesa, con l’aggravante di essere stato lui, Materazzi, il primo a insultare la sorella di un gentiluomo su un campo di calcio, dove, come su tutti i campi sportivi del mondo, regna il fair- play più assoluto.

-          Però il fatto è talmente grave che si supera ogni incertezza e il Materazzi viene pesantemente punito, quasi come Zidane, che ha sì incornato (non era la prima volta, però pazienza!) ma non può lasciare in malo modo una specchiata carriera.

-          Da allora la stampa dei citati paesi non ha mai mancato di indicare Materazzi come il delinquente più evidente tra i delinquenti italiani.

-          Poi arriva la Francia a giocare a Milano e i milanesi fischiano in coro la Marsigliese.

Beh, ho anch’io una confessione da fare:

-          ammiro l’intelligenza e la simpatia di un francese isolato,

-          odio i francesi come popolo, che considero il più stronzo sulla faccia della terra,

-          mi spiace di non esserci stato sabato sera al Meazza, avrei immensamente goduto a fischiare anch’io la Marsigliese.

-          Peccato solo che la stampa italiana è cretina e falsamente “buonista” e da giorni la mena con la “figuraccia” fatta dall’Italia al Meazza; l’Italia avrebbe bisogno di 1000 Bossi.

10 9 07

7. 8 9 07 Von Hayek ed il neo-liberismo

Settembre 8, 2007

                26 12 03

 

Il pensiero economico-politico di H. è la mia più recente scoperta intellettuale. Soprattutto da quando ho molto tempo libero, mi dedico parecchio alla lettura: di cose nuove se ne trovano pochissime, molte sono noiose, in gran parte si scrive solo sul presente, per sbarcare il lunario, e gran parte della produzione libraria corrente è da buttare nel giro di pochi mesi.

Il passato è già stato saccheggiato da tempo e così gli entusiasmi per un libro sono sempre più rari.

Di H. avevo già sentito molto parlare ma non avevo mai molto approfondito e le ragioni sono diverse. Anzitutto si tende tutti a qualificare la produzione economico-politica come noiosa e poco eccitante. Inoltre sino a poco tempo fa rinunciavo a leggere quelli cui il mio modo di vedere le cose più si avvicina per non provare un senso di rabbia e frustrazione nel constatare come una cappa di conformismo sinistreggiante impedisse di considerare degno di considerazione un modo diverso di vedere le cose. Ragion per cui era meglio lasciar perdere per non prendersela ancora di più. Il mio approccio è sostanzialistico e dissertare di qualcosa che appare utopistico mi sembra del tutto inutile.

Oggi però le cose sono diverse. Trent’anni fa c’era chi mi diceva che quelli con le mie idee avrebbero dovuto farsi proteggere dal WWF. Oggi tutti si dichiarano liberali e non si combatte più frontalmente il capitalismo, preferendo prendersela con la globalizzazione (io mi chiedo se prima di morire riuscirò a vedere una manifestazione di piazza contro la morte, e temo che non farò a tempo). Quindi una prima preclusione alla lettura di un professore di economia e Premio Nobel è caduta; al contrario si deve leggerlo perché ormai sono diventati tutti liberali e si rischia di perdere l’orientamento.

 

Per caso ho iniziato la lettura attenta di H. dal libro che gli diede per primo la fama. Uscito nel 1944, “La via alla servitù”, così si chiama il libro, gli procurò immediatamente una vastissima fama, assolutamente negativa. Il libro è una dettagliata documentata requisitoria contro non tanto il comunismo quanto contro il socialismo: andava contro tutto quello che i professori allora consideravano acquisito, andava contro il mondo. Fece scandalo generale. Bene, letto oggi, sessant’anni dopo, si può constatare che il mondo si sbagliava e H: aveva ragione. E’ questo prima di tutto che mi ha affascinato, più ancora del contenuto, la collocazione storica del libro.

E in proposito ecco una chicca di curiosità per dimostrare quanto siano duraturi i pregiudizi. Il libro è una requisitoria contro l’economia pianificata, che H. dimostra essere incompatibile con la democrazia. Ho di fronte la controcopertina dell’edizione 1994 della Univ. Of Chicago Press, dove leggo: “…. l’idea collettivistica di dare ai governi una sempre crescente autorità in economia avrebbe inevitabilmente portato non all’utopia ma agli orrori della Germania nazista e dell’Italia Fascista.” Non una parola sul comunismo ma l’attribuzione di orrori all’Italietta fascista, ecco come ancora dopo la caduta del comunismo c’è chi segue ciecamente un credo ideologico ed arriva tranquillo tranquillo alla controcopertina di una famosissima casa editrice.

Prima di continuare, due parole sull’autore. H. è austriaco, appartenente a quel gruppo di grandi intellettuali, alcuni veri e propri genii, che fiorì a Vienna al tramonto dell’Impero dei quali a fare un elenco ci vuole un certo tempo: Freud, Wittgenstein (cugino di H.), Popper, von Mises, von Hoffmanstall, per citare i più noti. Molti ebrei, ma non tutti. Prima dell’Anschluss H. si rifugiò in Inghilterra e poi si trasferi in USA, all’Università di Chicago, la famosa Chicago Business School. Visse 93 anni sempre in pace con se stesso e senza far molto caso prima agli anatemi poi alle lodi sperticate che lo portarono al Nobel nel 1974. Morì nel 1992, giusto in tempo per registrare il crollo del comunismo.

 

Non è possibile riassumere in poco tempo l’insieme del pensiero di H.

Con il quale è impossibile essere completamente d’accordo perché è troppo vasto e dettagliato, ma al quale occorre attribuire una dote rarissima, la coerenza. Si dice dei grandi sistemi matematici che non siano mai assieme completi e coerenti e il pensiero di H. è troppo concreto e pratico per non essere filosofico, cui la regola si applica con maggiore aderenza. Sembra impossibile che nella sua vastità non contenga contraddizioni, ma è proprio così.

Si può in questa sede riportarne il pensiero solo per alcuni aspetti, commentandone le conclusioni.

 

H. crede all’evoluzione ed al progresso, ma non alla possibilità che essi vengano gestiti scientificamente. Dice: “L’uomo non è e non sarà mai padrone del suo destino: la sua propria ragione progredisce sempre conducendolo nell’ignoto e nell’imprevisto dove egli impara cose sempre nuove”.

 

Crede molto nel potere del linguaggio e teme le sue falsificazioni. Cita Confucio:

“ Quando le parole perdono il loro significato, gli uomini perdono la loro libertà”.

Fa il caso della parola “Democrazia”, così spesso citata, e si chiede cosa significa. Risponde: solo un sistema politico in cui tutti hanno uguale diritto di dire la loro e si decide in base alla scelta della maggioranza. Tutto qui. Si sente dire che questo è democratico, quest’altro non lo è, ma spesso l’affermazione è priva di senso. Proviamoci a fare questo tipo di osservazioni e spesso ci meraviglieremo del vuoto di certi discorsi. A parte il fatto che gran parte di quelli che si chiamano democratici sono i primi a disprezzare le scelte della maggioranza quando sono opposte alle loro.

 

Ancora più profondamente sconvolgente un osservazione su “legge” e “legislatura”. Per H. la legge è qualcosa di prossimo al sacro; deve stabilire le regole cui tutti si devono attenere e l’enfasi è su “tutti”. Non nel senso che la legge è uguale per tutti, il che è ovvio, ma nel senso che legge è solo quella che riguarda tutti e per sempre. Per H. gli uomini devono essere lasciati liberi di trafficare e di sbagliare ma devono esercitare questa libertà all’interno di leggi generali immutabili (o quasi); è così che l’umanità progredisce. Libera di tentare, sbagliare e ricavare esperienza.

I legislatori dovrebbero essere democraticamente eletti e preoccuparsi di modificare il corpus legislativo; ma il meno possibile, solo adattandolo alle mutate circostanze della vita e del mondo. E sempre con disposizioni erga omnes, sempre solo limitative, come devono essere le leggi, le quali devono solo vietare.

Tutti oggi si riferiscono spesso in modo magniloquente alla separazione dei tre poteri principali dello stato liberale in legislativo, amministrativo, giudiziario. Il primo dovrebbe fare le leggi, il secondo applicarle all’amministrazione dello stato, il terzo giudicare chi è ritenuto, pubblico o privato che sia, colpevole di non rispettarle. E’ la storica divisione teorizzata dal grande Montesquieu. Ma nella realtà le cose vanno realmente così nelle grandi democrazie occidentali? Assolutamente no, a cominciare dalla prima, quella inglese e dalla maggiore, quella americana. In queste strutture di potere si è creata una evidente stortura della quale nessuno sembra interessarsi. L’assemblea legislativa, con la scusa di rappresentare per tutto il periodo di una legislatura la volontà popolare, si è arrogata anche gran parte del potere amministrativo. Quanti dei provvedimenti emanati dai nostri Parlamenti sono effettivamente leggi, disposizioni volte a modificare il corpus legislativo? Pochi, se non pochissimi. Per la ragione o con la scusa di rappresentare l’elettorato e la volontà popolare, gli eletti si dedicano principalmente all’attività, puramente amministrativa, di far emettere disposizioni e regolamenti che favoriscano il proprio bacino elettorale o che comunque non ne contrastino gli interessi, con lo scopo evidente di favorire la propria elezione. E il divertente è che H. si riferisce in questo tipo di osservazioni al caso americano; già in Inghilterra, per non parlare dell’Italia, i deputati seguono primariamente le disposizioni del proprio partito, per non dire della propria corrente di partito, perché prima di essere eletti bisogna essere presentati e chi decide di presentarti è la tua parte politica. Si tratta di storture capitali e in questo caso H. sembra ancora un predicatore nel deserto, come e forse di più di quando predicava contro il socialismo.

Per non parlare del caso italico quando a voler decretare sono poteri al di fuori dei tre classici, come si è visto recentemente con il supremo ente rappresentativo del paese o con la corte costituzionale che fissa termini perentori per l’emissione di provvedimenti specifici.

Riferendoci ai problemi italiani odierni, possono essere leggi quella sulla procreazione assistita, quella del ns. amico Marco sulla disciplina dei campi da sci; non certo la Gasparri o quella per il Ponte di Messina, per nemmeno parlare della “finanziaria”.

La confusione nasce dal termine “legislatura”: un assemblea non è più tale quando emette decreti o regolamenti, o quando stabilisce le imposte per fronteggiare i bisogni del governo. Potrebbe esistere un assemblea che si debba consultare o possa decidere in aiuto o controllo del governo, ma questa è tutt’altra cosa dal legiferare.

Curioso infine –noto io- che i politici si indignino quando è la magistratura ad invocare provvedimenti legislativi o amministrativi; vedono effettivamente una pagliuzza ma non la trave nel loro occhio: sempre riferendoci al linguaggio, ormai i due poteri, legislativo ed amministrativo si sono fusi nel potere cosiddetto politico e la magistratura risulta non più separata ma indipendente.

Montesquieu è morto ma nessuno lo dice in giro, salvo il nostro predicatore nel deserto.

 

H. osserva che è assurda la meraviglia che spesso siano le società più anarchiche a progredire o comunque a dare risultati. Ricordo l’osservazione sulla Svizzera e l’orologio a cucù. Per H. è perfettamente logico che più liberi sono gli uomini a darsi da fare, come in ambienti con un po’ di anarchia, migliore è il risultato: se i matti i coraggiosi gli interessati non sono liberi di sperimentare, il mondo resterà fermo. A lui un po’ di anarchia non solo non dispiace perché la giudica favorevole al progresso ma anche inevitabile quando le cose funzionano. Sembra una contraddizione, ma non lo è perché H. ritiene l’uomo inarrestabilmente portato alla libertà e le leggi essenzialmente volte a stabilire esclusivamente quello che non si può permettere di fare.

Non solo, ma ritiene che la progettazione del futuro sia un operazione sbagliata e chi si illude di discettare in proposito è un imbroglione che, come la mosca cocchiera, cavalca chi lo trasporta solo illudendosi di scegliere il percorso ed il punto temporaneo di arrivo.

 

Ripeto una volta di più che è impossibile riportare anche in veste di bigino il completo quadro del liberalismo come disegnato da H. Ed anche che si tratta di un quadro quanto mai completo e convincente, del quale penso di avere tratteggiato qualcosa di inferiore anche solo ad un 10% del disegno complessivo.

Non è un quadro utopico, al massimo può essere definito un punto di riferimento per la formazione e l’adattamento delle norme liberali, qualcosa verso cui tendere.

 

E’ certamente un quadro criticabile e tanto per concludere riporto alcuni punti che non mi convincono, solo per dimostrarvi che ne sono rimasto affascinato ma non soggiogato.

Lo vedo poco interessato all’amministrazione della giustizia. Forse anche lui è attratto dalla politica, non voglio dire dal potere.

Non fa molto affidamento sul referendum popolare, che invece riportando la decisione al popolo dovrebbe essere una sorta di arma assoluta per risolvere le diatribe e gli impasse tra le istituzioni.

Cita la Svizzera, come esempio di una gestione statale molto decentrata e priva di un centro vero di potere assoluto. Ma non pensa all’orologio a cucù: la Svizzera è decentrata perché tanto attaccata alla tradizione da considerarla come e più di una legge scritta (e questo deve mandare H. in estasi); alla fine non si può considerarlo però come l’esempio tipico di fabbrica del progresso e H. avrebbe dovuto notare la contraddizione tra la teoria e la pratica.

 

Infine le basi di H. mi sembrano troppo esclusivamente economiche, come su un piano completamente diverso sono quelle di Marx. L’uomo non è interessato solo da  benessere e denaro. Esiste per esempio la bellezza, anche dell’azione in sé inutile al puro fine utilitaristico. Se ammettessimo che l’uso dell’arco e della freccia possa essere stato scoperto da un solo uomo primitivo, magari considerato un semplice matto dal resto del suo clan, ci deve essere stata, nella reazione del branco al momento di prendere atto dei risultati della scoperta, qualcosa di più del pensiero dei vantaggi derivanti alla caccia ed al nutrimento; ci deve essere stato stupore ed ammirazione per la trovata dell’uomo prima considerato un po’ matto. Ed è per quell’ipotesi di ammirazione che oso parlare di bellezza. Non mi sembra che interessi H.

 

In conclusione credo e spero di avere spiegato con ahimè un quadro molto limitato come mai io abbia trovato così interessanti, nel vuoto e nella noia di tanti discorsi politici attuali, gli scritti di H. D’ora in poi, quando sarò in preda a dubbi sul modo di affrontare logicamente un problema di economia e di politica, non potrò fare a meno di chiedermi cosa ne potrebbe pensare H.

Le bussole non danno il Nord assoluto ma per orientarsi sono utilissime. E sono convinto che H. non crederebbe all’esistenza di un Nord.