26 12 03
Il pensiero economico-politico di H. è la mia più recente scoperta intellettuale. Soprattutto da quando ho molto tempo libero, mi dedico parecchio alla lettura: di cose nuove se ne trovano pochissime, molte sono noiose, in gran parte si scrive solo sul presente, per sbarcare il lunario, e gran parte della produzione libraria corrente è da buttare nel giro di pochi mesi.
Il passato è già stato saccheggiato da tempo e così gli entusiasmi per un libro sono sempre più rari.
Di H. avevo già sentito molto parlare ma non avevo mai molto approfondito e le ragioni sono diverse. Anzitutto si tende tutti a qualificare la produzione economico-politica come noiosa e poco eccitante. Inoltre sino a poco tempo fa rinunciavo a leggere quelli cui il mio modo di vedere le cose più si avvicina per non provare un senso di rabbia e frustrazione nel constatare come una cappa di conformismo sinistreggiante impedisse di considerare degno di considerazione un modo diverso di vedere le cose. Ragion per cui era meglio lasciar perdere per non prendersela ancora di più. Il mio approccio è sostanzialistico e dissertare di qualcosa che appare utopistico mi sembra del tutto inutile.
Oggi però le cose sono diverse. Trent’anni fa c’era chi mi diceva che quelli con le mie idee avrebbero dovuto farsi proteggere dal WWF. Oggi tutti si dichiarano liberali e non si combatte più frontalmente il capitalismo, preferendo prendersela con la globalizzazione (io mi chiedo se prima di morire riuscirò a vedere una manifestazione di piazza contro la morte, e temo che non farò a tempo). Quindi una prima preclusione alla lettura di un professore di economia e Premio Nobel è caduta; al contrario si deve leggerlo perché ormai sono diventati tutti liberali e si rischia di perdere l’orientamento.
Per caso ho iniziato la lettura attenta di H. dal libro che gli diede per primo la fama. Uscito nel 1944, “La via alla servitù”, così si chiama il libro, gli procurò immediatamente una vastissima fama, assolutamente negativa. Il libro è una dettagliata documentata requisitoria contro non tanto il comunismo quanto contro il socialismo: andava contro tutto quello che i professori allora consideravano acquisito, andava contro il mondo. Fece scandalo generale. Bene, letto oggi, sessant’anni dopo, si può constatare che il mondo si sbagliava e H: aveva ragione. E’ questo prima di tutto che mi ha affascinato, più ancora del contenuto, la collocazione storica del libro.
E in proposito ecco una chicca di curiosità per dimostrare quanto siano duraturi i pregiudizi. Il libro è una requisitoria contro l’economia pianificata, che H. dimostra essere incompatibile con la democrazia. Ho di fronte la controcopertina dell’edizione 1994 della Univ. Of Chicago Press, dove leggo: “…. l’idea collettivistica di dare ai governi una sempre crescente autorità in economia avrebbe inevitabilmente portato non all’utopia ma agli orrori della Germania nazista e dell’Italia Fascista.” Non una parola sul comunismo ma l’attribuzione di orrori all’Italietta fascista, ecco come ancora dopo la caduta del comunismo c’è chi segue ciecamente un credo ideologico ed arriva tranquillo tranquillo alla controcopertina di una famosissima casa editrice.
Prima di continuare, due parole sull’autore. H. è austriaco, appartenente a quel gruppo di grandi intellettuali, alcuni veri e propri genii, che fiorì a Vienna al tramonto dell’Impero dei quali a fare un elenco ci vuole un certo tempo: Freud, Wittgenstein (cugino di H.), Popper, von Mises, von Hoffmanstall, per citare i più noti. Molti ebrei, ma non tutti. Prima dell’Anschluss H. si rifugiò in Inghilterra e poi si trasferi in USA, all’Università di Chicago, la famosa Chicago Business School. Visse 93 anni sempre in pace con se stesso e senza far molto caso prima agli anatemi poi alle lodi sperticate che lo portarono al Nobel nel 1974. Morì nel 1992, giusto in tempo per registrare il crollo del comunismo.
Non è possibile riassumere in poco tempo l’insieme del pensiero di H.
Con il quale è impossibile essere completamente d’accordo perché è troppo vasto e dettagliato, ma al quale occorre attribuire una dote rarissima, la coerenza. Si dice dei grandi sistemi matematici che non siano mai assieme completi e coerenti e il pensiero di H. è troppo concreto e pratico per non essere filosofico, cui la regola si applica con maggiore aderenza. Sembra impossibile che nella sua vastità non contenga contraddizioni, ma è proprio così.
Si può in questa sede riportarne il pensiero solo per alcuni aspetti, commentandone le conclusioni.
H. crede all’evoluzione ed al progresso, ma non alla possibilità che essi vengano gestiti scientificamente. Dice: “L’uomo non è e non sarà mai padrone del suo destino: la sua propria ragione progredisce sempre conducendolo nell’ignoto e nell’imprevisto dove egli impara cose sempre nuove”.
Crede molto nel potere del linguaggio e teme le sue falsificazioni. Cita Confucio:
“ Quando le parole perdono il loro significato, gli uomini perdono la loro libertà”.
Fa il caso della parola “Democrazia”, così spesso citata, e si chiede cosa significa. Risponde: solo un sistema politico in cui tutti hanno uguale diritto di dire la loro e si decide in base alla scelta della maggioranza. Tutto qui. Si sente dire che questo è democratico, quest’altro non lo è, ma spesso l’affermazione è priva di senso. Proviamoci a fare questo tipo di osservazioni e spesso ci meraviglieremo del vuoto di certi discorsi. A parte il fatto che gran parte di quelli che si chiamano democratici sono i primi a disprezzare le scelte della maggioranza quando sono opposte alle loro.
Ancora più profondamente sconvolgente un osservazione su “legge” e “legislatura”. Per H. la legge è qualcosa di prossimo al sacro; deve stabilire le regole cui tutti si devono attenere e l’enfasi è su “tutti”. Non nel senso che la legge è uguale per tutti, il che è ovvio, ma nel senso che legge è solo quella che riguarda tutti e per sempre. Per H. gli uomini devono essere lasciati liberi di trafficare e di sbagliare ma devono esercitare questa libertà all’interno di leggi generali immutabili (o quasi); è così che l’umanità progredisce. Libera di tentare, sbagliare e ricavare esperienza.
I legislatori dovrebbero essere democraticamente eletti e preoccuparsi di modificare il corpus legislativo; ma il meno possibile, solo adattandolo alle mutate circostanze della vita e del mondo. E sempre con disposizioni erga omnes, sempre solo limitative, come devono essere le leggi, le quali devono solo vietare.
Tutti oggi si riferiscono spesso in modo magniloquente alla separazione dei tre poteri principali dello stato liberale in legislativo, amministrativo, giudiziario. Il primo dovrebbe fare le leggi, il secondo applicarle all’amministrazione dello stato, il terzo giudicare chi è ritenuto, pubblico o privato che sia, colpevole di non rispettarle. E’ la storica divisione teorizzata dal grande Montesquieu. Ma nella realtà le cose vanno realmente così nelle grandi democrazie occidentali? Assolutamente no, a cominciare dalla prima, quella inglese e dalla maggiore, quella americana. In queste strutture di potere si è creata una evidente stortura della quale nessuno sembra interessarsi. L’assemblea legislativa, con la scusa di rappresentare per tutto il periodo di una legislatura la volontà popolare, si è arrogata anche gran parte del potere amministrativo. Quanti dei provvedimenti emanati dai nostri Parlamenti sono effettivamente leggi, disposizioni volte a modificare il corpus legislativo? Pochi, se non pochissimi. Per la ragione o con la scusa di rappresentare l’elettorato e la volontà popolare, gli eletti si dedicano principalmente all’attività, puramente amministrativa, di far emettere disposizioni e regolamenti che favoriscano il proprio bacino elettorale o che comunque non ne contrastino gli interessi, con lo scopo evidente di favorire la propria elezione. E il divertente è che H. si riferisce in questo tipo di osservazioni al caso americano; già in Inghilterra, per non parlare dell’Italia, i deputati seguono primariamente le disposizioni del proprio partito, per non dire della propria corrente di partito, perché prima di essere eletti bisogna essere presentati e chi decide di presentarti è la tua parte politica. Si tratta di storture capitali e in questo caso H. sembra ancora un predicatore nel deserto, come e forse di più di quando predicava contro il socialismo.
Per non parlare del caso italico quando a voler decretare sono poteri al di fuori dei tre classici, come si è visto recentemente con il supremo ente rappresentativo del paese o con la corte costituzionale che fissa termini perentori per l’emissione di provvedimenti specifici.
Riferendoci ai problemi italiani odierni, possono essere leggi quella sulla procreazione assistita, quella del ns. amico Marco sulla disciplina dei campi da sci; non certo la Gasparri o quella per il Ponte di Messina, per nemmeno parlare della “finanziaria”.
La confusione nasce dal termine “legislatura”: un assemblea non è più tale quando emette decreti o regolamenti, o quando stabilisce le imposte per fronteggiare i bisogni del governo. Potrebbe esistere un assemblea che si debba consultare o possa decidere in aiuto o controllo del governo, ma questa è tutt’altra cosa dal legiferare.
Curioso infine –noto io- che i politici si indignino quando è la magistratura ad invocare provvedimenti legislativi o amministrativi; vedono effettivamente una pagliuzza ma non la trave nel loro occhio: sempre riferendoci al linguaggio, ormai i due poteri, legislativo ed amministrativo si sono fusi nel potere cosiddetto politico e la magistratura risulta non più separata ma indipendente.
Montesquieu è morto ma nessuno lo dice in giro, salvo il nostro predicatore nel deserto.
H. osserva che è assurda la meraviglia che spesso siano le società più anarchiche a progredire o comunque a dare risultati. Ricordo l’osservazione sulla Svizzera e l’orologio a cucù. Per H. è perfettamente logico che più liberi sono gli uomini a darsi da fare, come in ambienti con un po’ di anarchia, migliore è il risultato: se i matti i coraggiosi gli interessati non sono liberi di sperimentare, il mondo resterà fermo. A lui un po’ di anarchia non solo non dispiace perché la giudica favorevole al progresso ma anche inevitabile quando le cose funzionano. Sembra una contraddizione, ma non lo è perché H. ritiene l’uomo inarrestabilmente portato alla libertà e le leggi essenzialmente volte a stabilire esclusivamente quello che non si può permettere di fare.
Non solo, ma ritiene che la progettazione del futuro sia un operazione sbagliata e chi si illude di discettare in proposito è un imbroglione che, come la mosca cocchiera, cavalca chi lo trasporta solo illudendosi di scegliere il percorso ed il punto temporaneo di arrivo.
Ripeto una volta di più che è impossibile riportare anche in veste di bigino il completo quadro del liberalismo come disegnato da H. Ed anche che si tratta di un quadro quanto mai completo e convincente, del quale penso di avere tratteggiato qualcosa di inferiore anche solo ad un 10% del disegno complessivo.
Non è un quadro utopico, al massimo può essere definito un punto di riferimento per la formazione e l’adattamento delle norme liberali, qualcosa verso cui tendere.
E’ certamente un quadro criticabile e tanto per concludere riporto alcuni punti che non mi convincono, solo per dimostrarvi che ne sono rimasto affascinato ma non soggiogato.
Lo vedo poco interessato all’amministrazione della giustizia. Forse anche lui è attratto dalla politica, non voglio dire dal potere.
Non fa molto affidamento sul referendum popolare, che invece riportando la decisione al popolo dovrebbe essere una sorta di arma assoluta per risolvere le diatribe e gli impasse tra le istituzioni.
Cita la Svizzera, come esempio di una gestione statale molto decentrata e priva di un centro vero di potere assoluto. Ma non pensa all’orologio a cucù: la Svizzera è decentrata perché tanto attaccata alla tradizione da considerarla come e più di una legge scritta (e questo deve mandare H. in estasi); alla fine non si può considerarlo però come l’esempio tipico di fabbrica del progresso e H. avrebbe dovuto notare la contraddizione tra la teoria e la pratica.
Infine le basi di H. mi sembrano troppo esclusivamente economiche, come su un piano completamente diverso sono quelle di Marx. L’uomo non è interessato solo da benessere e denaro. Esiste per esempio la bellezza, anche dell’azione in sé inutile al puro fine utilitaristico. Se ammettessimo che l’uso dell’arco e della freccia possa essere stato scoperto da un solo uomo primitivo, magari considerato un semplice matto dal resto del suo clan, ci deve essere stata, nella reazione del branco al momento di prendere atto dei risultati della scoperta, qualcosa di più del pensiero dei vantaggi derivanti alla caccia ed al nutrimento; ci deve essere stato stupore ed ammirazione per la trovata dell’uomo prima considerato un po’ matto. Ed è per quell’ipotesi di ammirazione che oso parlare di bellezza. Non mi sembra che interessi H.
In conclusione credo e spero di avere spiegato con ahimè un quadro molto limitato come mai io abbia trovato così interessanti, nel vuoto e nella noia di tanti discorsi politici attuali, gli scritti di H. D’ora in poi, quando sarò in preda a dubbi sul modo di affrontare logicamente un problema di economia e di politica, non potrò fare a meno di chiedermi cosa ne potrebbe pensare H.
Le bussole non danno il Nord assoluto ma per orientarsi sono utilissime. E sono convinto che H. non crederebbe all’esistenza di un Nord.