84. 31 12 07 Uguaglianza

By koufax

Chi riuscirà mai a spiegarlo ai creatori di slogan che il fatto era già noto più di duemila anni fa ad Orazio? “Brevis esse laboro, obscurus fio”: fatico per essere breve e divento oscuro.Anche se talvolta il brevissimo funziona meglio del breve, in quanto è talmente oscuro che risulta più credibile, potendo ciascuno attribuirgli la spiegazione che preferisce.Il famoso: “All men are born equal” della Dichiarazione di Indipendenza risulta una bufala facilmente identificabile, mentre l’Egalité del motto della Rivoluzione Francese può andar bene a tutti coloro, che sono moltissimi, capaci di darne la propria personale interpretazione, come abbiamo visto sopra.Quale fosse l’interpretazione originale in entrambi casi non è difficile spiegare: si desiderava ratificare il fatto che la divisione della società settecentesca in tre o quattro stati non poteva essere più accettata, che tutti gli uomini nascevano con gli stessi diritti, almeno sul piano teorico, e magari anche con gli stessi doveri, che di fronte alle leggi, per quanto lo permettessero quelle del tempo, tutti dovevano essere uguali.Ci si dovette però ben presto  rendere conto che la sinteticità dello slogan non ne aiutava una interpretazione, ed ancora di più un’applicazione, equilibrate. La prima e più problematica interpretazione fourviante fu quella marxiana, con la sua filiazione comunista: l’uguaglianza economica.Ne seguì l’abolizione della proprietà, il “da tutti secondo le possibilità di ciascuno, a tutti secondo i bisogni di ciascuno” e il vaticinio della società perfetta, quella in cui tutti avrebbero posseduto insieme nessun e tutti i beni e sarebbe scomparsa ogni ragione di tensione sociale.Le masse non guardano certo per il sottile e l’uguaglianza economica acquistò facimente e rapidamente un fascino che si nutriva del vizio più pericolosamente diffuso: l’invidia. Ci vollero decenni di tragedie e di lutti per dimostrare che questa interpretazione dell’uguaglianza non funzionava. C’è ancora oggi, almeno in Italia una percentuale notevole dei cittadini che continua a  credere in essa ed a sostenerne l’applicazione in politica. Con il procedere  del tempo quella  dell’uguaglianza è diventata una vera e propria smania, che tuttora non accenna a placarsi, così come non si placano i tentativi di parificare quanto più possibile gli aspetti di vita corrente, anche quando non si prestano all’azione vera e propria di livellamento che si intraprende in numerose direzioni. Tanto per cominciare, l’insegnamento. Nella scuola obbligatoria è ormai diventata  norma il promuovere tutti, con la scusa che, se è obbligatorio far finire a tutti gli anni previsti, tanto vale promuovere tutti senza fare troppe storie. In questo modo il livello di insegnamento si abbassa paurosamente fino a generare vaste sacche di ignoranza nella cultura di tutti gli studenti. Gli insegnanti di liceo ed università, anch’essi vittime del livellamento sui valori bassi, si lamentano dei vuoti nella preparazione dei diplomati dalle medie e ad essa addebitano le vaste ignoranze insite nei diplomati dalla maturità. La cosa più ridicola è la considerazione generale che l’apprendimento degli studenti dipende solo dagli insegnanti, perchè –è tanto ovvio!- il materiale umano studentesco è uguale per definizione egualitaria; quindi se l’apprendimento e il profitto non è totale, la colpa è deli insegnanti stessi, che quindi devono venire valutati in base alla percentuali dei promossi. Dato che sono essi stessi a promuovere, risulta una promozione generale che permette agli insegnanti di sfuggire alle critiche.Interessante notare che queste decisioni alla fine vanno nella direzione opposta a quella voluta: se si insegna e si seleziona poco o niente, nella vita si troveranno meglio quelli maggiormente dotati dalla natura. E’ diventato assolutamente normale che nelle strutture pubbliche le  promozioni avvengano per anzianità. Nessuno si prende più la pericolosa briga di chiedere promozioni per merito. Avviene così in magistratura e in università. Ho sentito personalmente poche settimane fa il Rettore di quella nobile istituzione milanese che era il Politecnico  dichiarare con estrema naturalezza che i suoi professori sono sia buoni che pessimi. Naturalmente, per motivi diplomatici, questo rilievo era racchiuso nell’affermazione che solo in qualche corso di insegnamento esiste la qualità, definita “Eccellenza”. Una conseguenza di questo stato di cose è la valutazione sempre solo quantitativa: il Politecnico si dà da fare per diplomare il numero maggiore possibile di studenti, per avere il maggior numero possibile di professori ed il massimo di contributi dello Stato. Con l’applicazione sconsiderata ed assoluta dell’uguaglianza, solo il numero è “Eccellenza”. E con l’uguaglianza, diventa assai più facilmente realizzabile ogni obiettivo. Nessuno deve più restare “a suo posto”, perchè l’uguaglianza ha parificato tutti i posti a disposizione.Le donne possono fare il poliziotto e il soldato, e così anche i mingherlini e le mingherline. I genitori si scatenano contro gli istruttori di nuoto e tennis che non valorizzerebbero i figli. Se questi perdono a tennis, se in piscina i tempi sono elevati, la colpa è degli insegnanti. In USA un genitore ha ucciso un allenatore di una squadra di hockey che non metteva il figlio in prima squadra. Gli storpi, pardon, gli “handicappati” devono correre e saltare.Nei romanzi di successo, compaiono tra il top degli investigatori quelli in carrozzella se non quadriplegici, in grado solo di comunicare con un mignolo di un piede,  grazie alle meraviglie dell’elettronica applicata. Sull’emancipazione  femminile e sull’uguaglianza uomo/donna si sono scritte un’infinità di righe. A me basta notare la personale meraviglia che mi prende quando sento parlare delle “donne”,  ben più di metà dell’umanità, come di una particolare categoria. In proposito è illuminante la lettura dei capitoli 11° e 12° della parte terza di quell’opera meravigliosa, per acume investigativo e per anticipazione del futuro, che è “La democrazia in America” di Tocqueville, un entusiasta della democrazia americana e un missionario per introdurre le sue regole e scoperte anche in Europa (senza grande successo, ahimè). Chiarito, una  volta di più, che parlando di uguaglianza  egli si riferisce alle condizioni dello stato sociale democratico come contrapposto a quello aristocratico (precisazione questa che in tema di uguaglianza si è rapidamente persa per strada), Tocqueville arriva, per colpa del maledetto “wishful thinking” ad esporre le maggiori tra le poche cantonate  prese nella sua magistrale opera: “ Essi (gli americani) considerano il matrimonio come un contratto spesso oneroso, ma di cui tuttavia bisogna  eseguire tutte le clausole, perchè si possono conoscere tutte in precedenza e perchè i contraenti erano liberi o meno di obbligarsi. Ciò che rende la fedeltà più obbligatoria, la rende più facile. Nei paesi aristocratici il matrimonio ha per scopo più di unire beni che persone; così accade talvolta che il marito sia tolto dalla scuola e la moglie dalla nutrice. Non c’è da meravigliarsi se il legame coniugale,che unisce i beni dei due sposi, lasci che i cuori errino alla ventura. Ciò deriva dallo spirito del contratto. Quando invece ognuno sceglie sempre da sè la sua compagna, senza che nessuna forza esterna lo impedisca, anzi nemmeno lo diriga, di solito  solo l’affinità dei gusti e delle idee avvicina  l’uomo alla donna, li trattiene e li fissa uno vicino all’altra.” Non si sa se sia stata la ragione o per una volta il cuore, in un momento di abbandono romantico, ad ingannare Tocqueville, che mescolando libertà ed uguaglianza non si accorgeva che queste avrebbero agito non solo nel rapporto tra i coniugi in sè, ma anche, e ben più pericolosamente, dal punto di vista del mantenimento del rapporto coniugale, nel rapporto tra ciascuno dei due e le occasioni offerte dal mondo esterno; ed anche che i principi sono una bella cosa, ma la carne e la convenienza pratica hanno il loro valore. Solo pochi anni dopo un genio di prontezza nel cogliere i mutamenti storici dell’umanità come Dostojewskji avrebbe preso atto della tendenza del peccato a scomparire e ne avrebbe tratto pessimi auspici per il futuro dell’umanità stessa; ed anche dell’istituzione matrimoniale.Ma, parlando di uguaglianza in rapporto ai sessi, la cantonata più evidente si trova poche pagine più avanti: “L’America è il paese del mondo in cui si è avuto cura più continua di tracciare ai due sessi linee di azione nettamente separate ed in cui si è voluto che entrambi camminassero con passo uguale, ma per  strade sempre diverse.” Certo, Tocqueville non poteva immaginarsi nè l’estremismo femminista, nè il grande progresso tecnologico, ma un suo nemico si divertirebbe a vederne l’espressione di fronte ad un pilota donna di caccia da combattimento! Esistono sostanzialmente due concetti di uguaglianza:-uno liberale, figlio dell’illuminismo,  secondo cui non esistono aristocrazie o caste che hanno diritto a piani superiori di diritti e posizione sociale. Esiste il dovere della comunità sociale e politica di assicurare a tutti un minimo livello di vita, articolato sui piani economico, dell’insegnamento e della dignità umana, compatibilmente con le risorse ed i mezzi a disposizione;-uno progressista, più “affirmative”, che tende a ricercare ed a prescrivere mezzi per rendere il più possibile uguali le possibilità di ciascuno, anche molto al di là del minimo compatibile con la dignità umana.Io sono per il primo.Non credo che l’interpretazione progressista assicuri libertà e giustizia. Non assicura la libertà per le ragioni che tu hai spiegato così bene; non assicura la giustizia perchè per prendere dal ricco e dare al povero non esistono i Robin Hood, bensì quei visionari che finiscono come i maiali orwelliani a credersi più uguali degli altri.E non mi piace l’interpretazione che le moltitudini danno all’uguaglianza, quella economica. Lo so che, distrutto l’aldilà, ci rimane solo l’aldiquà e quindi il benessere travestito da felicità, ma credo che questo tipo di equazioni vada contrastato e non assecondato.

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