In questi ultimi dieci anni ho ripreso con il Politecnico di Milano i contatti che avevo interrotto anni fa, dopo la laurea; ero stato infatti incaricato da una grande Società di migliorare anche per questa via la propensione e la pratica scientifica dei suoi collaboratori tecnici.L’esperienza è stata assai interessante anche perché il giudizio sui compiti e il risultato dello studio universitario è assai più facile al termine della propria attività professionale.L’università nacque parecchi secoli fa in Grecia con lo scopo precipuo di insegnare ai giovani la filosofia, ossia la conoscenza dell’uomo e della vita.Da tempo però, la filosofia non sembra essere più un argomento di interesse. La discussione astrattaè buona per gente che ha tempo libero, come i pensionati ai giardini pubblici o gli oratori tipo Hyde Park. Oggi, ai giovani interessa la concretezza immediata, soprattutto la carriera, quindi il rango sociale, il potere, massimamente il denaro. In queste preferenze i giovani semplicemente si adeguano all’atmosfera sociale e culturale.La preoccupazione che una volta si chiamava trovarsi un mestiere oggi si chiama specializzazione e l’università è sempre più spinta verso insegnamenti specializzati, il che anche conviene agli insegnanti, ciascuno alla ricerca di una “nicchia”, come si dice oggi, per vivere più tranquillamente ed anche vendersi meglio come esperto specifico. In effetti tutto si è fatto più complicato e quindi specifico.Il latino non serve più, serve l’inglese; idem per la storia, una volta maestra di vita, meglio l’informatica; figuriamoci la filosofia, visto che si mette da parte la religione, accusata di essere settaria.E poi abbiamo dovuto metterci al passo produttivo, anche in materia di insegnamento, dei nostri concorrenti sul mercato internazionale; quindi chiamare ingegneri i laureati di corsi di tre anni, generici ma non troppo, e ingegneri specialistici quelli di cinque anni, suddivisi in una sempre crescente miriade di specializzazioni. E semplificare loro la vita, perché non faceva fino (creava cioè scandalo buono per le inchieste giornalistiche) che l’età media dei nostri laureati fosse di 3-4 anni superiore a quella degli altri.Come avrete capito questo nuovo corso a me non piace proprio per niente. E non per elitismo.Non ho nulla in contrario che i vecchi periti industriali, chiamati nel passato con ammirazione “peritoni”, oggi si facciano tre anni di università e si chiamino ingegneri. Sono stato sempre propenso a giudicare gli ingegneri dai fatti e non dai diplomi e se mi spiace che il regolo sia scomparso dall’uso corrente è solo perché abituava a ricordarci costantemente l’approssimazione dei nostri calcoli, fatto questo che la scomparsa delle tabelline e l’adozione generalizzata dei calcolatorini, con il loro show di dieci cifre decimali, tende a mettere in disparte.E che i neolaureati, dopo aver salvato, laureandosi presto, le statistiche, si dedichino a corsi di master in giro per il mondo, godendosi nuove esperienze, turistiche e di vita, ed arricchendo il loro curriculum, mi fa solo piacere perché la giovinezza va goduta quanto più si può, anche se in questo si nota, soprattutto nei maschi, una certa tendenza ad esagerare.Quando però li vedo presentarsi al mondo del lavoro li vedo in difficoltà. Si accorgono che negli ormai potentissimi uffici personale il curriculum ha sostituito la persona con la sua umanità; che la specializzazione è una bella cosa però non si assume più, con questa scusa, anche sulla sola base delle proprie -anche elevate- qualità, ma occorre attendere che si liberi un “buco” dell’organico, che va preso comunque al volo, qualunque esso sia; come anni fa, ai tempi del dominio in Italia della FIAT, si doveva fare con il colore, e spesso non solo questo, delle auto: la ordinavi grigia e dopo una lunga attesa te ne mostravano una rossa, prenderla o aspettare altri mesi. Infine gli uffici personale (io li chiamo ancora così da misoneista, cioè da uno che odia il cambio d’etichetta a fini solo ideologici), che sono oggi deputati a scegliere senza spesso sapere cosa occorre.Ma ancora non è questo il rilievo principale. Non solo il mondo aziendale è molto più chiuso di una volta, con i vecchi, parlo dei cinquantenni, che guardano i giovani di sottecchi per paura che si approfitti della differenza di stipendio per sostituirli; non solo per la freddezza dell’atmosfera, tutti in silenzio a fissare il computer, in un silenzio che si può solo rompere se fumatori e quindi autorizzati ad andare fuori a fumarsene una o con la scusa del caffè alla macchinetta, che però è più controllata del nostro bar, essendo all’interno.Il fatto è che, soprattutto i maschi più intelligenti, cominciano solo allora a scoprire di avere non solo un’anima ma anche delle propensioni diverse da quelle caratteristiche della loro specializzazione; e chequesta storia della specializzazione rischia di essere una fregatura, una piccola camicia di forza che non è facile levarsi. Quando va male, si accorgono perfino che l’ingegneria, intesa come professione che dovrebbe essere tecnica ma lo è sempre meno, non è la loro morte, gastronomicamente parlando.A questa ultima scoperta si può rimediare e molti infatti rimediano con un’altra scoperta, che in molte attività in cui si avviano gli ingegneri gli studi fatti servono poco o niente. Il titolo sul biglietto da visita e quasi più niente altro. Parlo delle attività commerciali, pardon dovevo dire tecnico-commerciali; basta scorrere le inserzioni per ricerca di personale per capirlo, così come si capisce che, oso dire grazie al Cielo, a fare quel lavoro non occorrono diplomi, ma bisogna esserci particolarmente tagliati ed essere in buoni rapporti non solo con gli altri ma anche con se stessi.E parlerei volentieri anche di quelle amministrative, dove il Politecnico, vista l’aria che tirava, ha creato la specializzazione dell’ingegnere economista, circa la quale non vi fornisco commenti per paura di fare gaffes.E’ un ritorno ai vecchi tempi quindi quello che mi auguro, ai tempi in cui gli ingegneri italiani si riconoscevano per la loro ottima preparazione generica che saltava fuori nelle situazioni più impreviste?No, non lo ritengo più possibile, ci siamo tagliati i ponti alle spalle. Ed è un peccato.Una importante riforma che potrebbe avere qualche riflesso positivo è l’eliminazione del valore legale del titolo di studio.Il rapporto tra università e studente deve tornare a quello originale, un contratto per fornire professionalmente scienza ed esperienza. Lo studente va alle lezioni, apprende e alla fine viene esaminato solo per verificare che ne abbia tratto il dovuto profitto; un diploma viene rilasciato, ma quasi solo per certificare la frequenza; il voto ha significato solo per quelli che devono giustificare agli sponsor il mantenimento delle borse di studio che consentono loro di pagarsi il corrispettivo della prestazione professionale di insegnamento.Questo tipo di rapporto ha il significato di una rivoluzione per la burocrazia, che viene privata di un criterio selettivo esclusivamente formale; ma assai di più per gli insegnanti.Oggi il significato del titolo legale è per l’università una giustificazione simile a quella che è l’obbligatorietà dell’azione penale per i magistrati. I professori invocano ed hanno in pratica uno status particolare con la scusa della responsabilità: essi non insegnerebbero per educare o istruire, ma per svolgere un compito istituzionale; prima di tutto è giusto che lo Stato li paghi e poi lo studente non ha alcun diritto di sindacare il loro lavoro. Si piantano lì in mezzo alla strada e non c’è verso di evitarne nessuno. Altrimenti il loro lavoro, se fosse il frutto di un rapporto contrattuale, potrebbe essere criticato dallo studente contraente; e infatti in USA, per evitare questo rischio, i professori alla fine del corso fanno circolare un questionario per conoscere l’opinione dello studente sullo stesso corso.Non deve esistere più il professore che entra, con i soliti 15’ di ritardo accademico, si piazza alla lavagna davanti a qualche centinaio di studenti, la riempie di formule, non accetta di essere interrotto e alla fine se ne va non volendo e non potendo verificare il livello di apprendimento. Certo, il problema è anche quello dell’affollamento.E tornando all’ossessione della specializzazione, mi sembra che per adeguarci all’estero ci siamo fatti del male. Se l’ingegnere italiano aveva una qualità precipua, quella della versatilità, la si è voluta eliminare. Avremmo molte importanti riforme da fare, ma essendo queste impossibili, ne facciamo delle altre che spesso sono dannose.Ma qui ci allarghiamo troppo, come si usa dire, ed è meglio fermarsi.